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"BALLIAMO SUL MONDO"
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Uno dei cantanti, forse, più estrosi dell’intero panorama rockettaro nazionale, all’alba dell’estate dell’anno delle Notti magiche del mondiale italiano datato 1990, fece irruzione con prepotenza nei timpani con un fragoroso e genuino pezzo che, tuttora, riecheggia talvolta sulle onde radio dello Stivale. Eh si: “Balliamo sul mondo” pare alquanto sintomatico dell’intera tarantella inscenata sul sintetico del campo “Italia” quando, di contro, al complesso del rockettaro Morgia – uno che non è mai banale, proprio come la musica – c’è stata la pluri-pubblicizzata capolista del temutissimo Di Napoli e di uno degli ex meno rimpianti dell’intera storia del calcio peninsulare: ovvio che ci si riferisca al blonde Piccioni, più adatto a girare sul set di Baywatch che a sfidare qualcuno di conseguenza sugli attuali terreni di gioco della C1. La Salernitana, infatti, ci ha capito poco della capatina al civettuolo stadio Italia (uhm…): ritmo, capacità di lottare e stringere i denti, e cuore hanno caratterizzato l’undici rossonero come poche altre volte nel corso della stagione. Tanto tanto cuore.
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“Balliamo sul mondo”… la contesa, risolta da un salernitano doc mai amato da una parte della tifoseria, ha visto il proprio epilogo in un ballo: la danza tribale di Errico Braca, che sogna la casacca granata da bambino. Qualcuno, parlando della Salernitana, ha detto che “…almeno con Brini gioca meglio, visto l’inizio?”. Beh, balliamo sul mondo va bene qualsiasi musica… Ciò che si deve segnalare non è il colpaccio di aver sfruttato, con qualche labile (uhm…) differenza logistica e contestuale, il duello fra Davide (il Sorrento) con Golia (la Salernitana). Quello da cerchiare in rosso è lo spirito che, finalmente verrebbe da dire, è parso oltre che esplicito. C’è stato l’orgoglio, quello che manca ad un ambiente che si deprime troppo spesso per uno scialbo pareggio ad occhiali e che si esalta, frettolosamente, dopo un successo. Quando si pungola e si mette in discussione il senso d’appartenenza al Sorrento dei subalterni cari a Giglio e Castellano e di chi paga il biglietto per incitare e seguire le intricate vicende rossonere, si risponde sempre e solo presente (vedi anche i successi di Arezzo, Pistoia e Perugia). Probabilmente è qui la pecca, grave, di questa stagione. Troppo poco si è messo in gioco l’orgoglio collettivo, anche nelle scelte sempre giudiziose ma avide di sfrontatezza. Il rischio, ora, è che tre punti - che con tutto il rispetto non sono la soluzione dei problemi anche se conquistati al cospetto della probabile formazione che sarà promossa a fine anno - possano far sentire la pancia piena non solo alla truppa ma anche ai terzi, interessati e disinteressati. Questo lo si deve evitare.
Passando al campo, si è definitivamente consacrato – ancora una volta – il dogma per eccellenza dell’anno del ritorno in C1. Ci sono, in atto, due versioni di Sorrento: uno che cerca sempre il risultato, che giocando a volte anche male ma con voglia di attaccare presenzia ai match interni. L’altro brutto, tignoso ma fin troppo umile, che gioca in tour. Forse Morgia non ce la farà a plasmare queste palesi difformità prima della fine del campionato. Anche lui, probabilmente, starà attendendo, con ansia e religioso silenzio, la conclusione delle ostilità e l’apertura dei conclavi estivi. Annesse, fisiologicamente, le elezioni, i voti, le schede e le croci sui nomi. Ad Ancona un Sorrento 2, se conquistasse anche un punticino, potrebbe accontentare un po’ tutti vista la classifica che impone di pensarla così.
Salvatore Dare |